Autoritratto & selfie

L’autoritratto è una riproduzione dell’immagine di se stessi ma anche del proprio stato d’animo, della propria visione del mondo che si è evoluta nel tempo. Uno strumento nato per legittimare la propria identità, trasformato con la selfiemania in una ricerca spasmodica di consenso delle apparenze.

di Antonella Scaccia *

* Psicologa clinica, specializzanda in Psicoterapia Breve Strategica, esperta in Fototerapia

Ritratto, autoritratto pittorico, autoscatto, selfie. L’individuo ha sempre cercato con tecniche e modalità diverse di osservare e di conoscere se stesso per costruirsi la propria identità individuale e sociale.

Come si è visto, l’autoritratto contribuisce a soddisfare il bisogno primario di esprimere la propria interiorità, di assecondare una pulsione autobiografica. Ciò significa che l’artista, attraverso la sua ricerca estetica ed espressiva, si rappresenta al mondo. Questo fa sì che egli senta la propria opera come un oggetto che gli appartiene intimamente poiché sua diretta emanazione fisica e mentale.

La psicologia cerca di comprendere il senso più profondo del desiderio di rappresentare se stessi attraverso l’autoritratto. Si tratta, infatti, di una pratica che obbliga il soggetto a prendere contatto con se stesso, a guardarsi dentro e fuori e a confrontarsi con la propria immagine, il proprio vissuto e il sentire personale, solitamente davanti a uno specchio, e questo ha, inevitabilmente, delle implicazioni psicologiche.

È, quindi, interessante utilizzare questa modalità per comprendere gli aspetti più profondi legati al complesso rapporto che da sempre l’individuo ha con la propria immagine. Alla base può esserci, dunque, una spinta irrazionale dell’individuo all’autorappresentazione, il bisogno di lasciare un’effigie di sé. Oppure la necessità di fissare un momento della propria esistenza per celebrarlo o per esorcizzarlo attraverso il proprio corpo, la propria immagine. Un esempio significativo è l’autoritratto che Nan Goldin si scattò nel 1984, dopo aver preso un pugno nell’occhio dal suo fidanzato di allora, “per ricordare a me stessa di non permettere mai più a un uomo di ridurmi in queste condizioni”, scrisse all’epoca; non a caso intitolò Nan un mese dopo essere stata picchiata quella fotografia, diventata nel tempo simbolo della lotta alla violenza verso le donne.

Sebbene la maggior parte degli autoritratti consista in una riproduzione più o meno articolata delle proprie sembianze a livello fisiognomico, alcuni possono non rivelare una somiglianza diretta o una relazione esplicita e autoreferenziale con il soggetto, soprattutto se nascono dall’intento di rappresentare il suo stato d’animo, il suo mondo interiore, la sua condizione emotiva; ad esempio, sono molti i grandi nomi della fotografia che si sono autoritratti attraverso la propria ombra proiettata sulla strada, su un prato o su una parete: da Ansel Adams a Elliott Erwitt, da Milton Gendel a Vivian Maier. È ciò che possiamo definire un autoritratto mentale.

La fisionomia e l’estetica, in questi casi, possono passare in secondo piano: prevale la “traccia”, l’indizio. L’autoritratto diventa così un’impronta dell’individuo raffigurato, visibile anche quando l’autore è assente, che parla in sua vece. In tal senso, quindi, attraverso l’opera egli cerca di appagare il bisogno proprio ma, in fondo, anche quello di ogni individuo sociale di lasciare un’immagine persistente di sé, un modo per assicurarsi l’immortalità. Un meccanismo che dalla dimensione individuale ambisce a dar voce al sentire universale. In sintesi, si può dire che l’autoritratto si configura come una ricerca di sé, costituendosi come un modo attraverso il quale compiere una sorta di autoanalisi.

SELFIEMANIA

Il volto è l’elemento che ci mette costantemente in relazione con l’altro, il veicolo della socialità. Attualmente il selfie rappresenta la versione più diffusa e “smart” del moderno autoritratto. Soddisfa una fantasia di autocreazione e il bisogno di essere protagonisti in un certo contesto: quello del mondo social e virtuale dove la sua divulgazione mira più a soddisfare il desiderio, attraverso i like, di ricevere rinforzi alla propria immagine, che non di creare una relazione autentica con l’altro. Con il rischio di lasciarsi prendere la mano: la dipendenza da auto-fotoritratto realizzato con i moderni dispositivi digitali – principalmente smartphone e tablet – è stata riconosciuta, nelle forme più esasperate, come disturbo mentale.

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