Chernobyl: l’ombra lunga. Fotografie di Gerd Ludwig in mostra alla galleria ONO Arte di Bologna

Dal 23 gennaio al 15 febbraio la galleria ONO Arte di Bologna ospita un percorso di 14 fotografie che raccontano il disastro nucleare di Chernobyl attraverso lo sguardo contemporaneo di Gerd Ludwig, uno dei più importanti fotografi del «National Geographic».

Il percorso espositivo comprende fotografie scattate all’esterno e all’interno della centrale nucleare di Chernobyl, in Ucraina, dove ebbe luogo il più grave disastro nucleare della storia. Era l’una e ventitré del mattino del 26 aprile 1986 quando nella centrale nucleare “V.I. Lenin” prese fuoco ed esplose il reattore numero 4. Gli effetti furono terrificanti. Un errore umano durante un test di sicurezza e una cattiva progettazione della centrale sarebbero state le cause del disastro che ebbe tremende ripercussioni non solo in Unione Sovietica ma anche in Europa Occidentale. Le radiazioni di diffusero rapidamente in tutto il Vecchio Continente, scatenando il panico nella popolazione e un impatto spaventoso in termini di vite umane e di danni all’ambiente e all’ecosistema. 

Gli scatti sono stati realizzati dal fotografo Gerd Ludwig, classe 1947, nato ad Alsfeld in Germania, che 2005 durante il suo secondo viaggio a Chernobyl (il primo lo fece nel 1993) è il primo fotografo occidentale a scendere all’interno della centrale fino a raggiungere il reattore 4 ancora contaminato. Ludwig torna a Chernobyl anche nel 2011 e 2014 per continuare la sua documentazione sullo stato attuale della centrale ma, soprattutto, sulla vita quotidiana della gente del posto, l’ambiente circostante e anche la macabra attrazione esercitata da Chernobyl sui disaster tourists, ossia i turisti attratti dai luoghi in cui avvengono tragedie. 

Gerd Ludwig e le sue fotografie

Le fotografie di Gerd Ludwig colgono con occhio quasi poetico gli impatti devastanti del disastro nucleare, mettendoci davanti alla fragilità della vita umana e alle ripercussioni sull’ambiente in cui viviamo, lasciandoci riflettere sulla necessità dell’approvvigionamento energetico che il nostro mondo continuare ad esigere. Anche se la natura intorno alla centrale sembra aver ripreso il suo corso attraverso il ripopolamento di animali di ogni specie. 

La carriera di Gerd Ludwig, che comincia con gli studi con il maestro della fotografia tedesca Otto Steinert per arrivare alle collaborazioni con i più importanti magazine tedeschi e americani «Time», «Life», «Stern» e «Spiegel», è indissolubilmente legata al «National Geographic», rivista per la quale realizza un progetto che riguarda i cambiamenti sociali e i problemi ambientali dell’ex Unione Sovietica. Per ben dieci anni fotografa e testimonia la dissoluzione dell’URSS fino a quando nel 1993 visita per la prima volta Chernobyl, luogo diventato simbolo della fine del Comunismo Sovietico. 

La mostra allestita negli spazi di ONO Arte di Bologna fa parte di un progetto più ampio che racconta la fragilità del mondo in cui viviamo e lo sfruttamento delle risorse energetiche, anticipazione della grande mostra personale che Gerd Ludwig allestirà quest’anno in una importante sede museale italiana. 

LA MOSTRA

Chernobyl: l’ombra lunga. Fotografie di Gerd Ludwig 
dal 23 gennaio al 15 febbraio

ONO arte contemporanea
via Santa Margherita, 10 
Bologna 
Orari: martedì-venerdì 15-20, sabato 10-13 e 15.30-20.
Domenica e lunedì chiuso.
Ingresso libero

Info: www.onoarte.com 
tel/fax +39 051.262465

La sala controllo contaminata dell’Unità n. 4, dove gli ingegneri causarono il crollo fatale che ha provocato il più grande incidente nucleare del mondo fino ad oggi. Un radioterapista sta monitorando l’area. Immagini della mia guida Julia e io in una delle sale di monitoraggio dell’Unità # 4.©Gerd Ludwig

Il 26 aprile 1986 l’incidente nucleare nella centrale nucleare di Chernobyl, in Ucraina, ha contaminato migliaia di miglia quadrate, costringendo 150.000 abitanti in una zona di 30km ad abbandonare in fretta le loro case. Diciannove anni dopo, le stanze della scuola e dell’asilo ancora vuote di Prypyat, un tempo la più grande città della zona con 49.000 abitanti, testimoniano l’improvvisa e tragica partenza. ©Gerd Ludwig

©Gerd Ludwig

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