Foto di Paolo Miranda
Foto di Paolo Miranda

COVER STORY / Paolo Miranda / In prima persona

Paolo Miranda è un infermiere dell’ospedale di Cremona. Appassionato di fotografia ha documentato la quotidianità della lotta contro il coronavirus.

Anni fa curai l’edizione di un libro. Raccoglieva le memorie del paese in cui nacqui. Un piccolo borgo del Piemonte, in quelle colline di Fenoglio. Erano ricordi, erano sbiadite fotografie gelosamente conservate. Matrimoni, battesimi, casuali istantanee di vacanze al mare. Memorie fatte immagini. Erano anche fotografie di uomini in divisa: l’espressione un po’ spavalda del coscritto alla visita di leva; barbe lunghe e facce stanche che non rinunciavano a un sorriso, davanti alla macchina fotografica del signor tenente. Più di tremila furono gli alpini della Cuneense che rimasero là, nella pianura del Don.
Guerra. Eroi. Due parole tornate frequenti oggi. Il teatro dei combattimenti non ha nomi stranieri di luoghi lontani, ma consueti di ospedali vicini. Chi combatte non ha il familiare cappello con la penna nera, ma angoscianti e tecnologiche protezioni mediche. Tra questi Paolo Miranda, infermiere all’ospedale di Cremona. È l’autore delle immagini che vedete. Fotografie fatte da chi, nello stesso tempo, è osservatore e osservato. Una testimonianza preziosa, la sua, che non ha il peccato originale delle immagini scattate dal professionista, che al fronte è andato con la sua visione del mondo. Visione che lo porta, inevitabilmente, inconsapevolmente, a creare, cercare icone. Immagini non scevre di ricerca estetica. Di bella scrittura. Talora fine a se stessa. Visioni “da fuori” che non è detto siano ingannevoli, ma sono certo diverse da quelle “da dentro”. Queste hanno un valore in più. Sono sorelle delle altre, degli alpini che mi passarono tra le mani. Pubblicate sulle pagine di giornali, nelle schermate dei media, mi avevano colpito. Avevano qualcosa che solo dopo averle guardate e riguardate ho capito: erano “da dentro”.
Hemingway consigliava di scrivere solamente di cose conosciute e vissute. La regola vale anche per il fotografo. Ho cercato l’autore. L’ho trovato. L’ho conosciuto. In via virtuale, date le circostanze. Quando sarà finita abbiamo promesso di incontrarci. Per ora conosco la sua immagine di trentenne e la sua voce, dalle inflessioni napoletane che, al telefono, racconta la sua avventura fotografica. Dell’altra, quella che lo vede in prima linea non ama parlare. Rifugge le banalità ad effetto. «Come tutti miei colleghi sto semplicemente facendo il mio lavoro», l’ho sentito rispondere in un’intervista televisiva, tranquillo e diretto, alla solita petulante domanda se non si sentisse un po’ eroe. «La mia professione è quella di infermiere, il mio hobby la fotografia – dice – mi è sempre piaciuto foto- grafare la gente, le persone in modo particolare… fare quella che oggi è definita street photography, anche se non apprezzo molto il termine. Preferisco chiamarla “fotografia documentaria”. Quella che racconta le storie della gente…

(la versione integrale dell’articolo è pubblicata su “Fotografare” #10, aprile 2020)

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