Giancarla Pancera Una sorprendente realtà
Dalla mostra Illusioni manifeste.

Giancarla Pancera / Una sorprendente realta’

Prima ancora di fotografare, l’autrice milanese Giancarla Pancera ha imparato a guardare. Per questo spesso vede quanto ad altri sfugge e sa cogliere gli aspetti spiazzanti di un surrealismo quotidiano.

Come si fa a distinguere un semplice scatto da una fotografia che attira l’attenzione e fa pensare? La questione non riguarda solo il pur importante aspetto tecnico che permette di realizzare una buona immagine, ma soprattutto la capacità dell’autore di inserire le sue opere all’interno di una consapevole progettualità. È quanto fa Giancarla Pancera che si muove nell’ambito della street photography con una particolare originalità, quella di non fermarsi come fanno quasi tutti a produrre singole immagini ma di farsi guidare da un’idea forte. Quella di legarle fra di loro con il fil rouge dell’ironia, inserendole di volta in volta con eleganza, causticità o inquietudine in un percorso ideale che regala all’osservatore più attento allusioni, sintonie, metafore, riferimenti, citazioni, per mostrargli quanto il mondo possa essere complesso. Così è stato per la sua prima importante ricerca intitolata Illusioni manifeste perché i soggetti sono i giganteschi manifesti pubblicitari che in molte città coprono interi edifici finendo per dialogare in modo paradossale con gli spazi urbani. «La prima volta in cui ne ho inquadrato uno – era quello che rappresentava un uomo che colpiva un pallone da calcio – mi sono accorta che, se mi spostavo, inquadravo anche il primo piano di un lampione stradale a cui mancava una delle bocce dell’illuminazione che, giocando sui piani prospettici, veniva sostituito dal pallone. Non solo, ma l’accostamento fra i due elementi fa subito venire in mente che una pallonata può infrangere il vetro di un lampione. Da allora sono andata sempre alla ricerca dell’interazione dei manifesti con elementi della strada come i fili del tram, quelli che tutti cercano di togliere in postproduzione e che io ho invece reso protagonisti perché, per esempio, sovrapposti a un bel viso femminile lo trasformano in quello di un’aliena. Così ho capito che stavo facendo qualcosa a cui nessuno aveva ancora pensato ma così ho anche criticato l’invadenza di quelle pubblicità perché le mie combinazioni cambiano il significato dei messaggi che diventano così illusori».

Il modo di operare della fotografa è insieme semplice e complesso: si muove con l’occhio fisso al mirino della sua fotocamera alla ricerca della giusta inquadratura, si abbassa, si sposta di lato per sovrapporre elementi, crea schiacciamenti prospettici e scatta solo quando ha raggiunto il risultato che la soddisfa perché per lei tutto si realizza in ripresa, senza alcun ricorso a Photoshop. È un approccio che …

(la versione integrale dell’articolo è pubblicata su “Fotografare” #13, Ottobre 2020)

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