Hopper Meditations Richard Tuschman
Daydream, Richard Tuschman

Intimo e impersonale

Nella serie Hopper Meditations Richard Tuschman reinterpreta la città moderna raffigurata nei dipinti di Edward Hopper di inizio Novecento. Un teatro in cui gli individui diventano attori e la vita privata e pubblica sono dominate dalla solitudine e dall’illusione.

La città che Hopper dipinge nei primi decenni del Novecento è il regno della visibilità e dell’iper-esposizione ma, paradossalmente, anche il luogo in cui l’individuo appare più isolato e ignorato; finestre e vetrine mostrano gli interni delle case e dei locali ma non permettono all’osservatore di entrare. Anche per chi si trova dentro gli ambienti le relazioni non appaiono mai realmente vissute. Quelle “istantanee su tela” parlano di silenzi, solitudini, sentimenti svuotati e sguardi opachi tra persone che, pur condividendo la dimensione dell’intimità, restano distanti anche dinanzi al richiamo esplicito dei sensi. Temi, questi, già affrontati dagli impressionisti francesi come Degas e Manet che fanno esperienza della metropoli nascente nella seconda metà dell’Ottocento; Hopper riprende gli stessi argomenti mezzo secolo dopo nel contesto americano, dando forma a una simulazione perpetua, condivisa e accettata, di un modus vivendi trasformato in modo irreversibile dalla cultura urbana capitalistica e secolarizzata. Una modello che ha rotto gli equilibri della dimensione privata e portato al decadimento di quella pubblica, riducendo la quotidianità a un’esperienza che opprime e annoia. 
Motivi sempre attuali che qualche anno fa hanno ispirato Richard Tuschman per il suo progetto Hopper Meditations, realizzato mettendo in campo tutte le arti che ha praticato nella sua vita: pittura, scultura, fotografia, oltre a una spiccata artigianalità e a una maniacale attenzione per i dettagli. Per realizzare ogni immagine è partito da accuratissimi diorami, ricostruzioni di interni tridimensionali in scala ridotta, che lui stesso ha costruito e fotografato in studio creando una illuminazione ad hoc. In seguito ha fuso e fotografie dei diorami con i ritratti dei modelle dal vero. 
Ma facciamo un passo indietro per conoscere Richard più da vicino.

Quando hai incontrato la fotografia?
Da bambino mi piaceva guardare vecchi album di foto di famiglia perché mi permettevano di viaggiare nel tempo e nello spazio e, ancora di più, perché riguardavano ricordi e relazioni reali. All’inizio, quindi, sono stato attratto soprattutto dalla forza emotiva della fotografia, anche se ho preferito esprimere la mia creatività nel disegno e nella pittura. Negli anni Settanta ho frequentato l’istituto d’arte dove ho studiato incisione e pittura, ma facevo anche  molte incisioni fotografiche e fotolitografiche. Ho frequentato anche un corso di camera oscura ma non ero una cima con ingranditore e chimici… Eppure ho sempre cercato di inserire la fotografia nelle mie creazioni artistiche, sia sotto forma di stampe singole, sia di collage. Negli anni Novanta è arrivato Photoshop: una camera oscura nella quale potessi finalmente sentirmi a mio agio. Lavorando da molti anni nel settore della grafica, l’uso di questo software è stato naturale e mi è parso molto più simile alla pittura e alla stampa, a me congeniali, rispetto a una camera oscura tradizionale. In questo modo è decollata anche la mia carriera nell’illustrazione fotografica. Ho iniziato a fotografare modelli dal vivo in modo professionale una dozzina di anni fa per i miei commissionati di copertine e questo mi ha motivato ad approfondire la tecnica fotografica e a concentrarmi in modo particolare sull’uso della luce (…)

Articolo estratto dal numero 2 di Fotografare, Luglio 2019.