Mimmo Dabbrescia Sposare la crescita

Mimmo Dabbrescia / Sposare la crescita

Mimmo Dabbrescia ha sempre vissuto il presente con un occhio proiettato al futuro, cercando di intuire e anticipare i fenomeni che avrebbero cambiato, oltre alla società, anche la sua professione. Sostenuto da un coraggioso imperativo: rinnovarsi per crescere.

In molte regioni del Sud Italia, il futuro di un giovane nel dopoguerra aveva due possibilità: la terra o il mare. Fare il contadino o il pescatore. Oppure arruolarsi in Marina e girare il mondo sulle navi. Quello che, forse, avrebbe fatto Mimmo Dabbrescia se fosse rimasto a Barletta, dov’era nato. «Nel frattempo, da ragazzino, dopo la scuola, il pomeriggio andavo a bottega dal fotografo del paese per imparare un mestiere. Dovevo scacciare le mosche e tenere i bambini lontani dalla vetrina», racconta.
Nel ‘53 la sua famiglia emigra a Milano e qui per il giovane Mimmo il futuro prende altre strade. «Ero un ragazzino, giravo tutto il giorno in bicicletta. Un giorno lessi su un cartello, in zona porta Genova: Cercasi fattorino con bicicletta. Mi presentai e mi presero a lavorare. Imparai a conoscere ogni angolo della città. Questo mi è stato molto utile quando sono diventato un cronista…».
Ma più che le strade, per fare quel mestiere Mimmo ha dovuto imparare la lezione che il fotografo Vito Liverani gli aveva dato quella volta in cui, fotografo appena assoldato nell’agenzia di Fedele Toscani, erano andati insieme a riprendere un incontro di pugilato. «Tra le foto che hai fatto non ce ne sarà neanche una buona, vedrai!», gli disse il navigato collega. «Il segreto – aggiunse – è quello di intuire e anticipare: intuire il colpo e anticipare il movimento».
Quell’insegnamento ha accompagnato Dabbrescia per tutta la sua carriera, insieme alla determinazione e alla capacità di reinventarsi che facevano già parte del suo Dna. «Non ero mai contento. La mia testa era sempre in movimento. Vivevo lo stato di necessità che appartiene alle persone che non hanno la strada spianata, venute da fuori, dal sud, dove non c’è molta ricchezza. Un fardello che, però, mi caricava. E non c’erano stanchezza o malanno che potessero fermarmi».
Dalla cronaca al settore discografico fino all’arte, Mimmo Dabbrescia non si è mai adagiato, e ha cercato sempre di vivere il presente con lo sguardo proiettato oltre l’orizzonte, cavalcando l’onda prima che questa scemasse per poi intraprendere nuovi mari. Quelli che ha scelto egli stesso di navigare e che gli hanno regalato felici e fruttuosi approdi.

Come hai incontrato la fotografia?

Ho cominciato in una piccola agenzia che si chiamava News Blitz, dove lavorava anche Grazia Neri. Qui ho imparato a sviluppare e a stampare, ma poi sono passato alla Rotofoto, l’agenzia di Fedele Toscani. Era il 1957, avevo diciotto o diciannove anni. Fedele aveva in appalto i servizi del Corriere della Sera e quando nel 1961 il quotidiano ha aperto un reparto fotografico interno, Dino Buzzati e Alfredo Pigna mi hanno proposto di andare a lavorare con loro per La Domenica del Corriere e ho accettato.

Di cosa ti occupavi?

Di cronaca. Era fondamentale arrivare prima degli altri, possibilmente anche della polizia o dei carabinieri. Quando ero al Corriere spesso riuscivamo ad avere le notizie prima della questura. Avevamo già all’epoca una radio potente in macchina ed eravamo sempre pronti a partire. Inoltre stavano nascendo quotidiani come Il Giorno e La Repubblica e noi dovevamo assicurarci l’esclusiva. Al Corriere sono rimasto alcuni anni. Mi sono fatto le ossa accanto a persone stimolanti e con un grande fiuto per la notizia come Franco Di Bella. Ma dopo un po’ …

(la versione integrale dell’articolo è pubblicata su “Fotografare” #13, Ottobre 2020)

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