Pol Kurucz Pop fiction
Pol Kurucz, dalla serie Bor3d

Pol Kurucz / Pop fiction

Con il suo stile audace e provocatorio dai forti richiami Pop, Pol Kurucz mette in scena un universo bizzarro e provocatorio popolato di personaggi che danno forma agli eccessi e alle ossessioni della modernità, mostrandone il lato grottesco e perverso.

Un senso di eccentrica meraviglia pervade l’immaginario di Pol Kurucz, fotografo e art director specializzato nella fotografia pubblicitaria e commerciale, che ha riversato nelle sue fotografie le tante anime che albergano in lui e che alimentano la sua creatività. L’anima di un apolide che, fin dalla nascita, porta con sé il variegato e fecondo germe di culture diverse e spesso distanti: è nato in Ungheria da madre francese, ha vissuto in più Paesi e viaggiato in tutto il mondo principalmente per lavoro, quando era un manager in ambito finanziario. Inoltre fin da piccolo ha praticato il teatro per trovare una valvola di sfogo alla sua iperattività e ha continuato anche da adulto quando, dismessi i panni del manager, di giorno, curava la regia di spettacoli, di notte. Proprio grazie all’esperienza del teatro a un certo punto della sua vita, quasi per caso, è arrivata la fotografia e i due mondi sono confluiti in un unico universo fatto di immagini dirompenti in cui regna un’atmosfera surreale, vivace e sovversiva, fatta di colori scioccanti, personaggi stravaganti e scenari paradossali curati in ogni dettaglio.
L’estetica vitaminica e iperbolica di gusto pop delle sue miseenscène danno un’impronta molto riconoscibile al suo stile e gli permettono di affrontare con leggerezza e ironia alcuni temi attuali e stimolanti legati alla società moderna, ai suoi eccessi e a questioni controverse come quelle della razza e del genere, oltre al concetto di bellezza e dei canoni estetici dominanti. Protagoniste dei suoi set sono figure femminili decisamente anticonformiste che ritrae all’interno di scenari mono o bicromatici ipercurati che riproducono luoghi verosimili, frutto certamente del suo estro sconfinato ma anche del lavoro del suo team di creativi che trasforma le sue idee nello straniante universo onirico e smaccatamente artificioso delle sue fotografie.

Quando hai incontrato la fotografia?
Una volta, mi trovavo nel quartiere Saint Germain, a Parigi. Aspettavo che arrivasse mia madre. Faceva molto freddo così nell’attesa entrai nel negozio più vicino a me, una libreria Taschen. Cominciai a guardare i libri esposti sugli scaffali e, a un certo punto, mi colpì un libro di David La-Chapelle. Lo presi e iniziai a sfogliarlo. Quelle fotografie mi fecero capire che il tipo di storie che più mi piacevano potevano essere raccontate in modo insolito e interessante attraverso immagini fisse. Alcuni anni dopo questa consapevolezza ha preso forma.

Eri un manager di successo, facevi teatro… cosa ti ha spinto a cambiare completamente rotta e a fare della fotografia il tuo lavoro?
È successo tutto durante la mia partecipazione a una mostra d’arte collettiva, a Rio de Janeiro. I fotografi di eventi erano costosi e, oltretutto, trovavo pessimi i loro lavori. Così comprai una piccola fotocamera economica e iniziai a usarla per raccontare ciò che vedevo, scattando in modo istintivo. In questo modo ho cominciato a mettere in scena ciò che io volevo vedere.

In quei primi scatti e riprese di performance hai porta- to la tua esperienza del teatro che faceva già parte dei tuoi interessi artistici…
È avvenuto in modo del tutto spontaneo. Del teatro ho portato fin da subito nelle mie fotografie soprattutto il punto di ripresa, che è quello del pubblico, poi la scelta delle pose dei soggetti e la composizione che è molto simile a quella ricreata in un set teatrale.

Eppure nelle tue fotografie c’è molto più di una messa in scena e una spiccata ricerca estetica e compositiva. Il tuo è uno sguardo fortemente critico sulle regole e sui valori dominanti nella società contemporanea occidentale…

Ho qualche difficoltà a relazionarmi con il concetto di “normalità”, con le regole. Penso che il concetto di “normalità” deciso da pochi per tante singole individualità produca molti danni perché opprimere il lato anormale presente in tutti noi, in diversi modi. Sottostare a queste regole non scelte può portare anche a una sorta di …

di Emanuela Costantini

(la versione integrale dell’articolo è pubblicata su “Fotografare” #14, Novembre 2020)

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