Rino Barillari il re delle stelle
Rino Barillari e Sonia Romanoff, Archivio Barillari

Rino Barillari, il re delle stelle

Il sogno e l’incanto della Dolce Vita, prima, la cronaca poi. Rino Barillari, il re dei paparazzi, ha raccontato in più di mezzo secolo di fotografie, uno spaccato di storia sociale italiana nei volti dei loro protagonisti. 

«Si fa presto a dire paparazzo! Il mio è un mestiere duro, più di quello del giornalista e dell’inviato. Il paparazzo è uno che per portarsi a casa uno scatto macina chilometri a piedi, insegue un personaggio o si apposta per ore davanti all’ingresso di un hotel o di un locale, con il sole o con la pioggia, in tutti i giorni dell’anno». Sono le parole di Rino Barillari che degli impavidi cacciatori di vip è considerato il re, anzi, the king of paparazzi. Così lo incoronarono alcuni suoi colleghi diversi anni fa. Un titolo che si è guadagnato sul campo in più di mezzo secolo di onorata carriera, collezionando più ossa – e macchine fotografiche – rotte che strette di mano da parte di divi, aristocratici e personaggi del jet set che negli anni Sessanta inseguiva con il suo flash impietoso nei locali più in voga della città eterna
L’Harry’s bar, il Jackie O’ e gli altri templi del divertimento della Dolce Vita, disseminati tra piazza di Spagna e via Veneto, erano la sua “riserva di caccia” sempre affollata di divi e starlette richiamati dalla fiorente industria cinematografica degli studi di Cinecittà, la Hollywood sul Tevere.
Una “bolla” di leggerezza che dura una decina d’anni. Poi l’industria del cinema e dello spettacolo cambia volti e strategie. L’Italia deve far fronte a nuovi problemi di ordine sociale: le contestazioni, i sequestri di persona, il terrorismo, il riflusso, tangentopoli negli anni Novanta, la Seconda Repubblica e, ora, la Terza. Cambia anche il lavoro di Barillari che di giorno segue la cronaca e di notte continua a rincorrere i vip nei locali e nei ristoranti del centro di Roma. The king è sempre sulla breccia, con la sua reflex in spalla e una compatta in tasca perché «non si sa mai… la guerra è guerra. Io smetterò di fare il paparazzo solo quando la concorrenza sarà tale che non riuscirò a fronteggiarla. Oggi ancora gioco e vinco». 

Dopo quasi sessant’anni di “guerra” sei ancora in trincea… a parte la buca che qualche mese fa ti ha provocato una brutta caduta e ti ha mandato in ospedale per un po’.Sono caduto mentre inseguivo un personaggio. Ora va molto meglio e ho ripreso a lavorare. “La guerra è guerra” e io faccio ancora quello che facevo quando ho cominciato la mia vita di fotografo. Stanotte ho fatto le quattro, ieri ho dato la caccia a Mel Gibson. Il lavoro non ti aspetta sotto casa (…) segue sulla rivista

Articolo estratto dal numero 4 di “Fotografare”, Ottobre 2019