In questa foto del 5 giugno 1989, uno studente cinese blocca da solo una fila di carri armati diretti in piazza Tiananmen, durante le proteste per reclamare maggiori diritti. (AP Photo / Jeff Widener)

Rischio censura dopo l’acquisizione dell’archivio fotografico e video di Corbis da parte di Visual China Group

Oltre cento milioni di foto e circa cinquecentomila video: è l’immenso patrimonio storico-visivo custodito dall’archivio Corbis, uno dei più ricchi al mondo. Le pellicole sono conservate non lontano da Pittsburgh, in Pennsylvania, all’interno di un’ex-miniera, in una struttura di 1000 mq situata a 70 metri di profondità. Le proteggono dai danni del tempo una temperatura costante di -20 gradi e un’umidità del 35%. 
Dall’anno della sua fondazione, il 1989, la società Corbis di Bill Gates ha acquisito via via le collezioni di diversi archivi fotografici. Uno dei più grandi è l’archivio Bettmann, con 11 milioni di foto tra cui alcuni scatti iconici del XX secolo: la linguaccia di Albert Einstein, la famiglia Kennedy di fronte al feretro del presidente, o il “tank man”, lo studente senza nome che, nel giugno dello stesso anno, fermò i carri armati in piazza Tiananmen, a Pechino.

Nel 2016 le collezioni di Corbis e dei marchi associati (Corbis Images, Corbis Motion e Veer) sono state cedute a alla multinazionale cinese Visual China Group. L’accordo prevede che l’acquirente sarà responsabile della licenza di tutte le immagini, nonché della loro distribuzione in Cina, mentre Getty Images, società legata a Corbis, le distribuirà nel resto del mondo. 
Ma come verranno trattate le storiche fotografie Corbis dai nuovi proprietari cinesi, che ora ne detengono in via esclusiva i diritti sull’utilizzo? Immagini come quelle di piazza Tiananmen, da sempre bandite in Cina, sono a rischio di censura digitale? È il quesito che l’artista Christoph Rehage si poneva già nel 2016 tramite CNNMoney: “E se Visual China Group […] dovesse un giorno decidere che certe immagini non sono ‘appropriate’ per essere autorizzate o vendute a chiunque nel mondo?”
All’epoca un portavoce di Corbis si era limitato a dichiarare che la società “aveva considerato attentamente la futura gestione delle immagini.” Lo stesso Rehage ribadiva la sua inquietudine: “Se accedi a Corbis e provi a cercare termini identici in inglese e cinese, otterrai risultati diversi.”Per chi digitava ‘Tiananmen’ nel motore di ricerca di Corbis Images – proseguiva Rehage – i primi risultati riguardavano le proteste del 1989; se però lo stesso motore veniva interrogato in cinese, la prima pagina riportava solo foto di celebrità; e lo stesso accadeva per altri fatti storici controversi, come la persecuzione dei seguaci della Falun Gong e quella dei monaci tibetani”.

In un’epoca che vede vacillare la memoria storica, cosa resterà se la censura spazzerà via anche quella visiva, unica testimonianza degli orrori del passato ma anche degli atti di ribellione e coraggio? Se in un futuro prossimo per le parole-chiave “Tiananmen 1989” o “tank man” Getty Images restituisse soltanto vedute panoramiche della piazza o, peggio, un freddo “la tua ricerca non ha dato risultati”? C’è un’alta probabilità che le nuove generazioni smettano di ricercare fotografie che non hanno mai conosciuto. 
La nostra è una cultura visuale: il più delle volte ricordiamo episodi di vita vissuta attraverso immagini sfocate perché non impresse fotograficamente. Oppure di un episodio ricordiamo solo l’immagine conservata dalla fotografia e non il momento in sé. Senza le immagini a raccontarci chi siamo stati rischiamo di perdere la nostra identità di individui; così, se sbiadiscono le immagini iconiche del nostro bagaglio culturale, rischia di cancellarsi anche parte della nostra speranza e della nostra libertà. Il ricordo stesso, di per sé fragile, può essere facilmente manipolato, addirittura distorto attraverso immagini fittizie o cambi di prospettiva. 
La censura visiva e mediatica non è uno scenario futuro: è una realtà nella Cina di oggi, che consente l’accesso a soli 34 film stranieri ogni anno e lo vieta a pellicole come “Winnie the Pooh”. 
Casi eclatanti come quello di Cambrigde Analytica dimostrano che la costruzione di contenuti mediatici personalizzati sui dati dell’utente è la strategia perseguita per influenzare opinioni e spostare voti. Possiamo soltanto intuire in quale misura questa strategia sia in grado di plasmare la cultura e il mondo in cui viviamo: chi governa le immagini governa il ricordo, cancellandolo o deformandolo, e quindi le modalità con cui si manifesterà l’opinione pubblica.
L’appiattimento memonico ci porterà alla sola ricerca, e questa ci restituirà dati – filtrati dalla censura – che ci diranno che il “tank man” non è mai esistito. 
Nulla testimonierà più il suo atto di eroismo.

di Michela Fabbrocino.