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Sharenting – Genitori che pubblicavano troppo

Pubblicare compulsivamente, sui social network, le fotografie dei propri figli è un gesto quasi naturale per molti genitori che può produrre effetti di varia natura sull’identità della prole. Parliamo del fenomeno dello sharenting

di Antonella Scaccia *

Secondo una ricerca della società di analisi di mercato Strategy Analytics, nel giugno 2021 circa metà dell’intera popolazione mondiale possedeva uno smartphone. Uno strumento multifunzionale che permette – anche – di scattare fotografie con estrema facilità e di condividerle in tempo reale sui social network. Negli ultimi anni, però, l’abitudine compulsiva di pubblicare fotografie su queste piattaforme ha riguardato sempre più spesso anche gli scatti privati che i genitori fanno ai loro figli nei momenti di convivio, gioco, feste, vacanze o, più semplicemente, in situazioni comuni di vita domestica. Un fenomeno così diffuso e ormai consolidato da meritare il conio di una definizione dedicata: sharenting

IL FENOMENO SHARENTING 

L’espressione “sharenting” è una parola macedonia nata dalla fusione dei termini inglesi “share” (condividere) e “parenting” (genitorialità) per descrivere il fenomeno della continua condivisione on line, da parte di almeno un genitore, di materiale visivo riguardante i propri figli (fotografie, video, storie e persino immagini ecografiche dei feti), dimenticando che la privacy e la tutela dell’immagine personale sono diritti riconosciuti anche per i bambini, come dichiarato nella Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, oltre che dal Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR) emanato dall’Unione Europea. 

In questi casi di esagerata e immotivata divulgazione di informazioni i genitori sembrano, infatti, non tenere conto del fatto che l’identità digitale possa avere conseguenze concrete sul futuro dei loro pargoli. Infatti non tutti sanno che i contenuti pubblicati on line permangono in rete per molto tempo e sono a disposizione di tutti, senza possibilità di controllare chi visiona ed eventualmente utilizza quelle immagini. Per non parlare del rischio di fornire materiale che potrebbe incrementare il mercato pedopornografico. Di conseguenza, è facile immaginare come la trasmissione dei dati sensibili sui figli, relativi alla scuola e ai luoghi ricreativi frequentati, agli hobby praticati e alle abitudini, possa favorirne l’adescamento. 

Inoltre, spesso, tale divulgazione avviene senza che ci sia il consenso dei diretti interessati, ossia dei figli, poiché troppo piccoli per poter comprendere e decidere e, comunque, sottoposti alla patria potestà dei genitori. Le ripercussioni piscologiche sui bambini dinanzi a questa pratica apparentemente innocente possono essere diverse. Innanzitutto, tali scelte possono avere un effetto sul loro benessere poiché, nel momento in cui saranno in grado di navigare in rete in modo autonomo, potrebbero rendersi conto di essere stati esposti pubblicamente, in maniera ripetuta, e considerarla una sorta di mancanza di protezione da parte del genitore, per esempio, dal giudizio altrui. Oppure il figlio si ritroverà ad avere un’identità digitale che si è già formata, senza il suo consenso, attraverso le condivisioni precedenti e costituita da immagini che egli non avrebbe condiviso o in cui non si riconosce più o, ancora, che reputa molto intime. 

VETRINIZZAZIONE SOCIALE 

Le motivazioni sottese al bisogno di molti adulti di condividere continuamente le foto dei loro figli sui social network possono riguardare diversi fattori, primo fra tutti, la soddisfazione di mettere in vista la propria vita e, in particolare, i propri figli. Tale vetrinizzazione sociale è fortemente favorita dalla rete sociale e di visibilità rappresentata dai social network: come in una vetrina in cui si espone e si pubblicizza un prodotto per attirare l’attenzione dei passanti, così si promuove in qualche modo un aspetto di sé (in questo caso i propri figli) per suscitare interesse, sensazioni, approvazione o sentimenti di ammirazione nell’altro. 

In realtà, tale ipercomunicazione che mette gli individui continuamente in vista, senza uno spazio intimo proprio, determina un’intensa sensazione di insicurezza. Di conseguenza, il soggetto potrebbe ricercare rassicurazione credendo che essere continuamente osservato (“seguito”) voglia dire che gli altri si stanno interessando a lui e a ciò che fa. In questo modo, si crea una sorta di circolo vizioso che spinge a ricercare il consenso e l’approvazione dell’altro: è questo, infatti, il meccanismo di base. Diversi studiosi hanno analizzato tale fenomeno riconducendo, in generale, il concetto di vetrinizzazione sociale a un eccesso di narcisismo attraverso cui crearsi una propria immagine virtuale. 

Dunque, in breve, i genitori potrebbero assecondare tale pratica soprattutto per un loro senso di insicurezza, utilizzando i figli per suscitare reazioni positive nell’altro; questo può accadere, in particolare quando l’adulto non ha della propria vita una considerazione alquanto soddisfacente. Lo sviluppo tecnologico avvenuto negli ultimi decenni ha trasformato anche il nostro modo di pensare e di interagire, inducendoci a voler essere parte integrante della rete e, di conseguenza, stimolando l’attitudine all’esposizione al pubblico delle nostre vite e di chi ne fa parte, a esibire ciò che più ci rende orgogliosi e appagati. E farlo attraverso l’esposizione dei propri figli è, certamente, uno dei modi più soddisfacenti.  È importante, però, soprattutto da genitori, dare il buon esempio ai propri figli poiché l’educazione passa anche tramite l’azione, non solo attraverso la parola: se sono gli adulti i primi a cercare il rinforzo positivo attraverso il like, con molta probabilità anche i figli svilupperanno lo stesso meccanismo. 

Anche se apparentemente non ci sarebbe nulla di male nel pubblicare sui social network o su altri luoghi virtuali la foto del proprio figlio mentre soffia sulle candeline della torta di compleanno, sarebbe utile riflettere meglio su quali potrebbero essere le conseguenze di questa abitudine quando raggiunge l’eccesso. Spesso i genitori non considerano la possibilità che ai propri figli, a distanza di tempo, possa non far piacere rivedere i post su Facebook o su Instagram che lo riguardano; non pensano che questa pratica possa imbarazzarli o addirittura rappresentare un pericolo per loro, esponendoli ad atti di bullismo o metterli in difficoltà per qualche ragione al momento non prevedibile. Per queste ragioni è auspicabile che i genitori sappiano essere adulti consapevoli e comprendano le sorprendenti potenzialità della tecnologia, rendendosi conto, però, delle conseguenze sociali, culturali ed etiche che queste possono avere. 

TUTELARE I MINORI 

Chiunque utilizzi la rete dovrebbe conoscere a fondo le regole e le modalità di funzionamento dei social network e, in generale, di internet. È essenziale informarsi sulle politiche riguardanti la privacy attuate negli ambienti digitali in cui si condividono immagini e contenuti privati propri e di altre persone. Inoltre, cosa altrettanto importante, è saper distinguere tra immagini private e immagini rese pubbliche. Questo è possibile, ad esempio, cercando di non condividere on line foto che ritraggano l’intero volto del bambino, tale da renderlo riconoscibile, o di momenti intimi, come quello del bagnetto. Ovviamente è opportuno chiedere di fare altrettanto ad amici e parenti. La questione è così delicata che la legge impone al genitore separato che desidera pubblicare su internet le foto dei figli nati dal matrimonio, l’obbligo di chiedere l’autorizzazione all’ex coniuge. Infine, chi ha figli adolescenti, farebbe bene a chiedere direttamente a loro se hanno piacere di far pubblicare le loro fotografie in rete, rispettando il loro volere e parlando dell’argomento in famiglia. 

* Psicologa clinica specializzanda in Psicoterapia breve ad Approccio Strategico, esperta in Fototerapia



Kelly Sikkema via unsplash

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